Ragazza Autistica; Autistica Ragazza
Ho ufficialmente ricevuto la diagnosi di Autismo di livello 1. Ha molto senso. Specie ripensando alle difficoltà che ho sempre avuto.
D’altronde, l’ho sempre sospettato… saputo dentro di me.
Alla fine non è cambiato nulla post-diagnosi. Io rimango quello che ero stata anche prima. Curiosamente, ho notato alcuni dettagli nuovi, dati dal vedere alcune mie caratteristiche sotto questa nuova luce. […] Quest’anno la crisi che mi ha portata a tornare da una psicologa era partita dalla lucida presa di coscienza che, effettivamente, non sono in grado di socializzare come tutti gli altri, in un modo per cui in età adulta è ancora più invalidante. Indagando quindi le cause, la radice è l’autismo. La maggior parte degli ostacoli che ho, sono dati dall’autismo. Tutto è ricollegabile. A volte andavo in una specie di stato di mutismo selettivo, autismo. A volte rido anche quando qualcuno cambia argomento e introduce un discorso serio o negativo perché il tono del discorso aveva un’impronta comica, autismo. La mia ossessione per certi oggetti e il collezionarli, autismo. Banalmente, mi piace ascoltare la stessa canzone per ore… forse è per l’autismo.
Arrivo quindi a un punto in cui mi chiedo quante e quali mie qualità e difetti che mi caratterizzavano siano effettivamente miei veramente. Non sono la mia diagnosi, eppure questo spettro pervade così tanti aspetti della mia vita, che molte mie caratteristiche non sono che i risultati dei metodi di adattamento che attuo verso difficoltà ed esigenze date proprio da questo disturbo.
La mia ansia non è che ipersensibilità alle incertezze. Non sono una ragazza ansiosa. Sono una ragazza ansiosa per effetto del mio autismo. Per esempio, la mia ansia sociale è data dall’impossibilità di sapere perfettamente cosa pensano gli altri di me, perché non sono in grado di leggere in modo neurotipico la comunicazione non-verbale degli altri. Ma proprio per questo motivo sono troppo sensibile ai cambiamenti di stato del mio interlocutore. Chiedendomi allora se quella reazione fosse indirizzata verso di me. Se quella reazione fosse positiva. Se mi sono comportata bene. Perché anche se sto capendo il flusso emotivo della conversazione non sono in grado di reagire in modo adeguato. Forse avrei dovuto dire questa o quest’altra cosa. Forse sono sembrata troppo strana. Perché non sono in grado di attuare in modo neurotipico la comunicazione non-verbale nei confronti degli altri.
A che serve questo eccesso di consapevolezza se non sono comunque in grado di trarla a mio vantaggio? A leggere quello che ho scritto, uno direbbe che questa permeabilità farebbe di me una persona incredibilmente abile socialmente. Ma divento solo paranoica. Troppo sensibile. Ripenso a tutte le volte che avrei potuto approfondire certi rapporti o fare amicizia, ma sono la prima ad allontanarmi per paura che la mia maschera camaleontica scivoli via al momento sbagliato, e nessuno mi conosce abbastanza per poter dire di conoscermi.
Anni e anni fa, ero molto meno ansiosa per quanto riguarda le interazioni sociali. E’ facile fare amicizia in adolescenza, immagino. Ero, a dirla tutta, piuttosto antipatica (non ero per nulla cosciente dei bisogni degli altri), ma in un modo o nell’altro a della gente piacevo sempre. E’ il dato ambientale, la vicinanza continua a certe persone crea familiarità, un rapporto. Con l’età adulta diventa più difficile, proporzionalmente a quanto è facile distanziarsi. Magari meno per quanto riguarda il lavoro, ma l’ambiente universitario ne è l’esempio più lampante.
E così, iniziata l’università, a un certo punto ho iniziato ad approfittarne fin troppo della possibilità di scappare. Anche se le uscite, all’inizio, sono piacevoli, dopo un po’ finisco il carburante, gli argomenti di cui parlare, l’aura della novità che mi rende interessante, e il rapporto non diventa intimo quanto vorrei. E’ normale che una relazione interpersonale non sia una dolce e continua salita, ma più una scalata la cui pendenza è direttamente proporzionale alla fatica. Ma è proprio in questo punto che inizio ad avere paura, e mi allontano. Sono decisamente il tipo di persona che approcci in università, con cui esci 2 volte, con cui sembra andare tutto bene, ma dopo un po’ ti evita. Vorrei dire a tutte queste persone che non è nulla di personale, e che il motivo è la mia stessa incapacità di essere un essere umano, ma so che sarebbe inutile e fin troppo strano. Non puoi spiegarti troppo alla gente perché inizi a diventare un fardello da gestire. Perché semplicemente non potresti comportarti in un modo un po’ più normale?
Una volta sono uscita con un amico - avevo perso il treno e ho avuto un meltdown in metro, davanti a lui e tutte le altre persone. Con le lacrime agli occhi, ho chiamato G, che mi ha guidato a prendere il biglietto per il treno successivo (volevo evitare perché costava un sacco). Ma il problema, alla fine, si risolveva così. Era così semplice! Ma so che da quel momento in poi ho perso quel minimo di reputazione che mi ero costruita e lo scudo di specchi che avevo eretto stava iniziando a crepare. Con questo amico sono poi andata in vacanza per più di una settimana, ed ero così agitata e ansiosa che anche lì sono scoppiata in lacrime. Anche lì, chissà che strana che sono, avranno pensato. Non mi ha più scritto.
E’ facile cadere di nuovo nella trappola del vittimismo, ma se non altro, sembra che tutto vada bene all’infuori di te. Non sono gli altri a essere anomali e ingiusti nei tuoi confronti, sei tu l’alieno. E’ una consapevolezza analitica, più che emotiva. E’ una semplice osservazione, il filo rosso che collega gli episodi di tutta la mia vita. Chissà come si ovvia a questa incompatibilità. Chissà se mai lo capirò. Dove finisce la persona? Dove inizia l’autismo?
