Anonimato
Ninajirachi - Fuck My Computer
Ultimamente mi sento molto come questa immagine:

Soltanto che nel mio caso, possiedo tre account Instagram, ognuno adibito a una funzione diversa, ma ne uso praticamente zero perché da anni provo un senso pervasivo di imbarazzo qualsiasi passo io compia online sotto gli occhi di altre persone. Mi chiedo come io sia arrivata fino a questo punto, quando la maggior parte della mia vita l’ho passata nascosta sotto i riflettori permanenti dell’internet e ho stretto spessissimo amicizie rigorosamente online, frutto del mio precocissimo accesso al world wide web (frequentando il mio primo forum a 9 anni).

Mi fa tenerezza vedere che già allora mettevo le virgole prima delle e, o in generale, ovunque. Avevo la tastiera in cinese. Non sapevo come trovare accenti e apostrofi.
Naturalmente, di brutte esperienze ne ho avute. La bellezza di questo mondo era il poter saltare da una comunità all’altra con molta facilità e creare nuove reti sociali senza doversi trascinare dietro le conseguenze, permettendo di mantenere un certo anonimato. Se non ti andava a genio qualcuno, bastava ignorarlo. Se era parte integrante del tessuto sociale di quella determinata comunità, bastava cambiare forum/server/gruppo.
A un certo punto, tramite un videogioco, mi imbattei in un circolo di ragazzini, la maggior parte più grandi di me di pochi anni. Mi scrivevo individualmente con alcune persone che reputavo più mature e sensibili, a volte andando in chiamata, così che, pur essendo membro del gruppo, non avessi bisogno di interagire molto con la chat principale. Il marcio stava in un gruppo whatsapp di questa comunità. Ero abbastanza in intimità con qualcuno da scambiarci i numeri e fui aggiunta. Fu lì che ebbi il dispiacere di vedere con i miei stessi occhi le dinamiche tossiche all’interno di un gruppo di adolescenti maschi: il famoso dark humor, scambi di foto di nudo di ragazze (che conoscevo pure io), litigate terminate senza un vero e proprio closure, insulti gratuiti. Ci rimasi per un po’, senza partecipare e fortunatamente senza diventarne una vittima, ma non sono mai riuscita a cancellare il segno che mi ha lasciato. Da allora è rimasto il timore che qualcuno possa sempre comportarsi in quei modi tossici anche con me. E non ha mai smesso di crescere.
Un tempo si usava Teamspeak. Nel 2015 (penso?) iniziò a prendere piede Discord, dove instaurai rapporti di amicizia significativi. Se serviva, abbandonavo il server e cambiavo account. Fine. Avevo imparato la lezione sull’importanza dell’anonimato. Sapendo come possono comportarsi dei ragazzini nei tuoi confronti, se a loro non vai a genio, piuttosto che rincarare la dose è meglio andare via prima, contenere i danni, e continuare la tua vita tranquillamente. Il punto è che spesso non erano solo ragazzini a comportarsi così: non tutti crescono e abbandonano queste tendenze vendicative, e anche con il mio “avanzare” d’età, ancora ora continuo a non abbassare la guardia.
Quando scoprii a 15 anni le imageboard, pensavo di essermi digievoluta. L’anonimato comandava, non era più necessario alcun tipo di legame per poter interagire con le altre persone. Era il mio doomscrolling quando ancora non era diffuso (o forse non esisteva) il concetto di short-form content come lo conosciamo oggi, la mia fonte di dopamina veloce dove non era più necessario il mio sforzarmi di essere presente come Amica, e dove potevo esistere solamente come presenza secondaria in thread che a fine giornata sarebbero stati archiviati. Non poteva esserci alcuna traccia di me, non che facessi chissà cosa, non scrivevo nemmeno così tanto. Partecipavo solitamente come pubblico lettore, e questo mi bastava. Mi sentivo coinvolta in un rapporto (parasociale) senza dover nemmeno alzare un dito (se non quello per cliccare update), in una relazione senza rischi né conseguenze. Non rischiavo di dar fastidio all’altra persona. Che si sarebbe lamentata, allontanata, forse addirittura vendicata. Non dovevo essere disponibile per quest’altra persona, nella quantità utile a formare una relazione che potesse chiamarsi amicizia. Niente era richiesto da me, e io non rischiavo nulla: la formula perfetta.
Da anni, anche con i miei amici più cari, faccio fatica a rispondere ai loro messaggi con la velocità e la spensieratezza con cui chattavo in gioventù. Ed è chattando che si formano le amicizie online. Non so quando precisamente sia iniziata questa mia difficoltà, se sia stata scatenata da qualcosa. Mentre dapprima la maggioranza delle mie relazioni sociali avveniva tramite internet, con cui compensavo la mancanza di una quantità di amicizie offline ritenuta normale, col tempo non sono più stata in grado di mantenere nemmeno quelle, o stringerne di nuove.
A un certo punto sentii l’impellente bisogno di diventare “normale”, di lasciar perdere questo mondo online che mi permetteva, anzi, in cui io permettevo a me stessa solo forme di puro escapismo. Senza alcun legame o significato a lungo termine, un posto fatto solo di segni e simboli ed estetica e consumismo che non ispira nulla.
Purtroppo, il piano non ebbe molto successo. Non potevo rinnegare completamente le mie origini, in questo modo. Essendo ““figlia dell’internet””, sono costituita almeno per il 60% da questi stessi simboli, sia quelli pacifici della mia prima adolescenza, sia quelli cinici arrivati successivamente.
Ci troviamo ora nel presente. Ancora faccio fatica a tornare a comunicare online con le persone come le persone online comunicano fra di loro. Abituate a quell’ambiente, spesso cresciute lì come me, online. Sono le persone con cui ho più interessi in comune, con cui potrei andare più d’accordo, con cui aspiro a una connessione più profonda. Eppure mi imbarazza troppo espormi sull’internet al loro stesso modo, per rimasugli di un trauma dato dall’aver conosciuto troppo bene un gruppo di ragazzini liberati dalle catene della modestia grazie alla grande rete. Un infohazard. E questa paranoia si è sempre più insinuata anche nelle mie amicizie dal vivo. Una volta che mi sono abituata alla facilità con cui posso isolarmi da certi fattori di stress, è difficile tornare indietro e nuovamente accoglierli e accettarli come parte naturale (fondamentale!) delle relazioni sociali.
Le uniche cose che so sono che devo continuare a lavorare su me stessa per diventare una persona di cui essere fiera e giungere a un livello in cui sono contenta di espormi, pubblicamente, per intero, come tale. Che è necessaria la giusta dose di narcisismo e ipocrisia per riuscire a convivere con tutti i difetti che possono sorgere in una relazione sociale (perché non esiste perfezione in alcun agente, soggetto, oggetto). Che per avere il calore di un villaggio serve diventare un abitante del villaggio. E che se sbaglio qualcosa non devo andare nel panico, e devo accettare che possano esserci delle incomprensioni. Che queste incomprensioni possono essere risolte, se ne vale la pena. Eccetera.
Anche qua, non so quanto sia autistic demand avoidance e quanto sia invece causato da un gruppo di ragazzini su internet. Saranno la stessa cosa. Booh.
In ogni caso.
