Pausa
Durante questa mia pausa dal male, ho potuto riscoprire la candida bellezza della noia. Mi è stato difficile tornare in buoni rapporti con quello che dovrebbe essere lo stato naturale di un essere umano, ovvero libero dalla pressione capitalistica della produttività eccetera, ma pian piano penso di star raggiungendo un equilibrio in cui sto sostituendo molte mie abitudini cattive con nuove ““strategie di self-improvement””.
A riprova di ciò, ho iniziato disinstallando i principali social network che uso (Reddit, Twitter, …) per poi proseguire cancellando i miei account su app “ad uso singolo” come quelli di Food Delivery o piattaforme di shopping o addirittura app di cui non ricordo nemmeno l’utilità che non ho mai effettivamente aperto (!?!). Ho sempre ammesso di essere una persona estremamente disordinata, sia mentalmente che nel reame fisico: accumulo oggetti, dimentico cosa non ho in bella vista, faccio hoarding digitale, e così via. Mi piace pensare che sia perché vivo nel presente e che le uniche mie rivisitazioni e visitazioni nel passato e futuro siano tramite rimuginio sul vissuto (rimpianti e pentimenti) e ansia per l’avvenire (convinzione della persistenza-esistenza assoluta di una rovina imminente e remota - probabilmente rimasugli di una sorta di food scarcity mindset dei miei antenati…). In ogni caso, poiché è quasi impossibile vivere in quest’era senza avere sempre appresso un telefono cellulare, che sia per le app di banking, strumenti di geolocalizzazione e altro, ho scelto di rendere l’esperienza come minimo positiva.
Una delle cose positive che ho voluto incorporare nel mio residuo utilizzo del cellulare è l’iscrizione (a pagamento, online) a un giornale, sia per non rimanere fuori dal mondo, sia per disincentivare ulteriormente il mio essere abituata a contenuto short-form e vedere esempi concreti di buona scrittura non solo letteraria. Per questo scopo, ho scelto il New York Times, in realtà perfino più conveniente di certe testate italiane; un’altra cosa carina è che l’abbonamento comprende anche alcuni giochi sul browser/in-app come Sudoku, dei cruciverba o Wordle (yee).
Durante i miei anni di liceo ero estremamente sicura, e orgogliosa, delle mie abilità scrittura: prendevo i voti migliori della classe senza dover scrivere 7 pagine di protocollo rigurgitando informazioni e solo per maestria della prosa (“vibes”), a differenza di un’altra secchiona che nutriva un’animosità unilaterale nei miei confronti. Era frutto coltivato dalla Me delle scuole medie/fine elementari che scriveva racconti su un blog privato di Forumfree solo per poter ri-utilizzare alcune espressioni lette in alcuni libri. Adesso invece, passati secoli dalla fine della mia tragicomica maturità, sento di aver perso qualsiasi mia capacità retorica. E’ già tanto se riesco a parlare senza saltare parole, come se il mio cervello non fosse più collegato alla bocca e la velocità e interconnessionalità dei miei pensieri non fosse più ri-organizzabile in frasi compiute. Addirittura più in italiano che in inglese, mi accorgo, mentre parlo, di sbagliare spesso la coniugazione in tempo reale di aggettivi. Lo scorso weekend mi sono purtroppo accorta di come utilizzo come intercalari parole che NON dovrebbero venir utilizzate come intercalari, come “Vero vero”, ad affermazioni a cui la risposta dovrebbe essere decisamente negativa. Questa mancanza potrebbe dipendere dalla mia scelta (anche questa tragicomica), fresca da un liceo a indirizzo scientifico, di voler continuare con un percorso altrettanto scientifico e lasciarmi dietro per sempre il mondo umanistico, in un taglio netto e preciso. E adesso ne pago a caro prezzo le conseguenze…
Ciononostante, nella mia pausa di auto-miglioramento, ho l’intenzione di riprendermi queste abilità perse e guadagnarne di altre, di fare il passo più lungo della gamba per almeno trovarmi un piede più in là rispetto al percorso che farei scegliessi di rimanere inerte. Vorrei perlomeno essere in grado di comunicare in modo eloquente quello che penso… E penso anche troppo. Soprattutto quest’ultimo anno, ci sono volte in cui vorrei mettere per iscritto riflessioni elaborate su cose successemi senza averne le capacità. Una grande perdita.
Sotto la luce di questa nuova limpidezza mentale, mi è capitato di leggere un articolo i cui temi trovo molto familiari (pun intended). Un articolo che la me di soli 2 anni fa avrebbe condiviso in una reazione di pancia e fatto mio senza nemmeno prendere un momento per rifletterci su. Leggerlo mi ha fatto ponderare sulla mia situazione familiare, che in molti aspetti combacia con quella dell’autore Tarek Ziad. Mentre la mia infanzia più precoce la passai sotto le cure di mia Nonna, sono andata a vivere con i miei genitori solo più tardi, verso la fine della pre-adolescenza.
Già alle scuole medie ero molto instabile. Poiché non ero capace di comportarmi con il prossimo, l’aspetto di bambina strana che possedevo veniva sempre più alimentato dall’ansia sociale, che in primis non mi permetteva di comportarmi in maniera socialmente accettabile. Come fuori, anche a casa stavo molto male. […] Inoltre, come in ogni famiglia asiatica che si rispetti, non esisteva il concetto di chiedere scusa; soltanto il piatto di cibo che ti offrivano con un timido invito a mangiare come moneta di scambio per un implicito perdono.
Ad aggiungere fuoco alla brace, nei miei periodi più bui mi intrattenevo nel farmi ancora più male. Volevo solamente conferme sulla sofferenza che era l’esistenza che vivevo e non provavo nemmeno più a uscire dal tunnel dell’angoscia. Avendo passato anni in quel corridoio, non sentivo nemmeno più il bisogno di uscirne, e mi chiedevo se avessi mai vissuto un’alternativa a quel dolore. Ero ben consapevole del mio stato di vittima e la perpetuavo; non conoscevo altro modo di vivere. Anche per questo, per escapismo che già praticavo, indulgevo in contenuti deprimenti che validassero la mia esperienza. Essendo già figlia dell’internet, non avevo problemi a trovare sempre materiale nuovo per quello che era una sorta di autolesionismo dello spirito.
Maturando, negli anni, ho iniziato a comprendere la scala di grigi di cui è fatta la natura umana e l’importanza di considerare (per quanto sia possibile) oggettivamente le proprie esperienze per poter offrire indulgenza, sia a se stessi, che a chi ci ha lesi.
Con la lucidità che ho adesso, posso condannare i comportamenti che hanno avuto i miei genitori nei miei confronti e al tempo stesso capire che sono solo vittime collaterali di un circolo vizioso partito da chissà quali generazioni prima, di nuovo causate dal contesto sociale in cui sono cresciuti, di nuovo nate alla relativa alba dei tempi con l’arrivo del Confucianesimo (che era probabilmente la sistematizzazione di una struttura ideologica già presente…) … E così via. Eppure, come Ziad, sento comunque che non raggiungeremo mai una relazione familiare intima, ma solo mera sopportazione politica (o commiserazione). La svolta più recente che mi ha permesso di lasciar riposare il mio animo è il raggiungere la consapevolezza che… Va bene così. In una società che ti propone cartoline di famiglie perfette dove la comunità a cui sei obbligata ad appartenere per gran parte della tua vita (appunto, la famiglia) pare essere composta dai tuoi più grandi amici e sostenitori, e in cui come unica alternativa puoi aggrapparti a una famiglia “non di sangue” (gli amici veri e propri), forse ho finalmente accettato che l’unica persona che mai mi capirà completamente è me stessa. E che davvero, va bene così. Si può amare anche senza che l’altra persona sia la tua copia spirituale. La nota positiva è che ho superato la mia prolungata fase adolescenziale di vittimismo.
Siamo alla fine di questo articolo, e credo che per molti questa mia specie di epifania sia sempre stato buon senso. Per me non è stato così, ma sono contenta di essere riuscita ad arrivarci, in qualche modo. C’è ancora molta strada da fare, ma spero che queste mie parole possano essere il morbido specchio di qualcuno.
Nel frattempo, proseguo il mio viaggio telefonino-free.